Il nuovo Emissions Gap Report 2026 delle Nazioni Unite conferma la distanza tra gli impegni climatici e le riduzioni delle emissioni necessarie. Intanto, la Commissione europea ha presentato un nuovo quadro per la gestione dei rischi climatici. Due segnali che richiamano governi e imprese alla necessità di intervenire

Il riscaldamento globale potrebbe raggiungere i 2,8 °C entro la fine del secolo, rispetto ai livelli preindustriali, se le politiche climatiche attualmente in vigore proseguiranno senza ulteriori progressi. È quanto emerge dall’Emissions Gap Report 2026: The Point of Return, pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) alla vigilia della COP31, in programma ad Antalya dal 9 al 20 novembre.

Anche la piena attuazione degli impegni nazionali di riduzione delle emissioni, accompagnata da sforzi analoghi negli anni successivi, porterebbe a un riscaldamento stimato di circa 2,6°C. Entrambi gli scenari restano lontani dagli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Un divario che si misura in emissioni

Secondo le stime preliminari dell’UNEP, nel 2025 le emissioni mondiali di gas serra hanno raggiunto circa 58,4 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente, un livello sostanzialmente invariato rispetto al 2024. Nonostante la crescita delle energie rinnovabili e i progressi compiuti in diversi settori, le riduzioni ottenute restano insufficienti a modificare la traiettoria globale.

Il rapporto considera ormai inevitabile un superamento temporaneo della soglia di 1,5 °C. Resta tuttavia possibile contenerne l’entità e la durata, attraverso una rapida riduzione delle emissioni e un progressivo aumento della rimozione di CO₂ dall’atmosfera.

Per seguire lo scenario che prevede il superamento temporaneo più contenuto, le emissioni globali dovrebbero diminuire, rispetto ai livelli del 2025, del 18% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040. Considerando nel loro insieme gli impegni climatici assunti dai singoli Paesi, la riduzione delle emissioni mondiali si fermerebbe invece all’11-15% entro il 2035, anche se tali impegni fossero pienamente rispettati.

La distanza tra questi valori evidenzia quanto sia necessario accelerare gli interventi. Proseguire ai ritmi attuali renderebbe sempre più difficile contenere il riscaldamento globale e limitarne le conseguenze.

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L’Europa si prepara ai rischi climatici

L’urgenza emerge anche dalle recenti iniziative europee. Il 27 ottobre 2026 la Commissione europea ha presentato un nuovo quadro per la resilienza climatica, accompagnato da una proposta legislativa per rafforzare la capacità degli Stati membri di prevenire e gestire i rischi legati all’aumento delle temperature. Le disposizioni legislative dovranno seguire il relativo iter di approvazione.

La proposta individua uno scenario comune di riferimento che considera un riscaldamento globale di 2 °C entro il 2050 e di 3 °C entro il 2100. Non si tratta di un obiettivo climatico dell’Unione europea, ma di una base prudenziale per valutare i rischi futuri e pianificare gli interventi di adattamento. Il quadro prevede inoltre una maggiore integrazione dei rischi climatici nelle valutazioni e nei piani strategici nazionali.

La dimensione economica è già significativa. Secondo la Commissione, tra il 2022 e il 2025 i danni legati agli eventi climatici hanno causato nell’UE perdite stimate in circa 200 miliardi di euro, pari a una media di 50 miliardi l’anno. Un ulteriore studio commissionato dalla stessa istituzione stima inoltre un fabbisogno di investimenti nell’adattamento di circa 70 miliardi di euro annui fino al 2050, da parte del settore pubblico e privato.

La comunicazione europea riconosce inoltre alle imprese un ruolo importante nello sviluppo e nella diffusione delle soluzioni necessarie a rafforzare la resilienza del sistema economico.

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Gli effetti del cambiamento climatico sulle imprese

Le conseguenze del cambiamento climatico interessano direttamente le attività produttive, con intensità diverse a seconda dei settori e delle aree geografiche.

Tra i possibili effetti, gli eventi meteorologici estremi possono interrompere la produzione, danneggiare infrastrutture e rallentare le forniture. Allo stesso modo, la crescente pressione sulle risorse idriche può incidere sui processi industriali che richiedono un maggiore utilizzo di acqua.

Per le aziende diventa quindi importante considerare l’esposizione ai rischi climatici nelle proprie scelte di investimento. La localizzazione degli stabilimenti e l’affidabilità delle catene di fornitura possono influire sulla continuità operativa. Parallelamente, la riduzione delle emissioni richiede una maggiore attenzione all’efficienza energetica degli impianti e alle tecnologie adottate.

Sono valutazioni che incidono anche sulla competitività: le decisioni prese oggi possono determinare consumi e costi per molti anni, rendendo più complessi eventuali adeguamenti successivi.

Dai dati alle decisioni aziendali

Il punto di partenza è una valutazione delle condizioni effettive dell’impresa. La misurazione delle emissioni e l’analisi dei consumi energetici permettono di individuare le principali fonti di impatto e valutare interventi di efficientamento. L’analisi dei rischi climatici fisici aiuta invece a comprendere quanto le attività siano esposte agli effetti del riscaldamento globale.

Su questo fronte, il quadro europeo mette a disposizione nuovi strumenti informativi. Tra questi figura l’European Climate Viewer, una piattaforma interattiva che consente di esplorare i pericoli climatici previsti nelle diverse aree del continente, offrendo informazioni utili a orientare le valutazioni dei rischi.

Le priorità di intervento dipendono dalle caratteristiche produttive. In alcune realtà può risultare conveniente ammodernare gli impianti maggiormente energivori; in altre, intervenire sull’organizzazione dei processi o adottare misure per garantire la continuità delle forniture.

La programmazione deve considerare gli investimenti necessari e i benefici attesi, individuando interventi compatibili con le esigenze operative dell’azienda. In questo modo, gli obiettivi ambientali possono essere integrati nella pianificazione industriale.

Il 2035 è già nelle decisioni di oggi

L’orizzonte indicato dall’UNEP coincide con quello di molti investimenti industriali attualmente in fase di valutazione. Gli impianti e le tecnologie adottati oggi potrebbero essere ancora operativi oltre il 2035, influenzando a lungo i consumi energetici e le emissioni delle imprese.

Rinviare gli interventi rischia di aumentare i costi di adeguamento e ridurre le possibilità di gestire la transizione in modo graduale. Per questo è importante che le valutazioni climatiche trovino spazio nelle decisioni aziendali già nella fase di programmazione degli investimenti.

Join Group affianca le imprese nell’integrazione della sostenibilità nelle strategie di business, supportandole nell’analisi degli impatti ambientali e nella definizione delle priorità di intervento, un approccio che permette di affrontare la transizione tenendo conto delle caratteristiche produttive e degli obiettivi di sviluppo di ogni realtà aziendale.