Ogni anno milioni di capi d’abbigliamento e paia di scarpe nuovi finiscono al macero senza essere mai stati utilizzati. Un enorme spreco di materie prime, energia e acqua che l’Unione Europea ha deciso di contrastare con una nuova normativa entrata in vigore il 19 luglio. Da questa data le grandi aziende non potranno più distruggere gli invenduti del settore moda, un passaggio considerato fondamentale nella transizione verso un’economia più circolare e sostenibile.
Il divieto, introdotto dal Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR), riguarda abbigliamento, calzature e accessori nuovi rimasti nei magazzini. L’obiettivo è prolungare il ciclo di vita dei prodotti, ridurre gli sprechi e limitare l’impatto ambientale di uno dei comparti più inquinanti al mondo.
Lo spreco nascosto della moda
Dietro ogni capo distrutto si nasconde un enorme consumo di risorse: acqua, energia, materie prime e lavoro impiegati per realizzare prodotti che non arriveranno mai ai consumatori. Secondo la Commissione europea, ogni anno tra il 4% e il 9% dei prodotti tessili viene eliminato prima ancora di essere utilizzato.
Con il nuovo regolamento, le aziende saranno chiamate a privilegiare soluzioni più sostenibili, come la donazione, il riuso, il ricondizionamento e il riciclo, contribuendo a ridurre le emissioni di gas serra e la quantità di rifiuti prodotti dal settore tessile.
Il caso Burberry, simbolo di un modello da superare
Il tema esplose nel 2018 quando Burberry rese noto di aver distrutto, nell’anno precedente, prodotti invenduti per un valore di circa 28,6 milioni di sterline. La decisione era stata giustificata dalla volontà di tutelare l’esclusività del marchio ed evitare che gli articoli fossero svenduti o contraffatti.
La notizia provocò un’ondata di critiche da parte di ambientalisti, associazioni dei consumatori e opinione pubblica, trasformando Burberry nel simbolo di un sistema produttivo sempre più incompatibile con gli obiettivi di sostenibilità. L’azienda annunciò successivamente l’abbandono della pratica della distruzione degli invenduti, ma quel caso contribuì ad accelerare il dibattito europeo sulla necessità di nuove regole.
Verso un’economia circolare
La normativa si inserisce nella strategia europea per l’economia circolare, che punta a ridurre gli sprechi intervenendo sull’intero ciclo di vita dei prodotti: dalla progettazione alla produzione, fino al riutilizzo e al riciclo.
Il divieto riguarda inizialmente le grandi imprese, mentre le medie aziende dovranno adeguarsi dal 2030. Micro e piccole imprese sono, per il momento, escluse dall’obbligo.
Restano previste alcune eccezioni, ad esempio per prodotti danneggiati, non sicuri o impossibili da recuperare. In questi casi le aziende dovranno comunque motivare e documentare le ragioni della distruzione.
Per le aziende del settore moda, questa novità rappresenta un’opportunità per ripensare la gestione degli invenduti e rafforzare i propri modelli di economia circolare. Adeguarsi alla normativa significa non solo garantire la conformità ai nuovi requisiti europei, ma anche integrare pratiche di prevenzione degli sprechi, valorizzazione delle risorse e trasparenza lungo la filiera.
Join Group affianca le organizzazioni in questo percorso, supportandole nell’integrazione della sostenibilità nelle strategie di business, nella definizione di modelli circolari e nella rendicontazione degli impatti ambientali, sociali e di governance.




