Quando parliamo di COP – le Conferenze annuali delle Nazioni Unite sul clima – parliamo dell’unico luogo dove tutti i Paesi del mondo, senza eccezioni, si siedono allo stesso tavolo per decidere come affrontare l’emergenza climatica. Nel corso degli anni, molte COP sono state interlocutorie, altre frustranti, ma alcune hanno segnato svolte storiche nella governance climatica globale. Qui di seguito trovi solo le tappe che hanno davvero introdotto una novità sostanziale, quelle che hanno cambiato il linguaggio, l’ambizione o l’architettura dell’azione climatica.

1995 – COP1, Berlino

Novità: nasce l’idea di un accordo vincolante.

Per la prima volta si riconosce che gli impegni volontari non bastano: la lotta al clima deve poggiare su obblighi formali.

1997 – COP3, Kyoto

Novità: il primo trattato climatico della storia.

Il Protocollo di Kyoto introduce limiti vincolanti alle emissioni per i Paesi industrializzati e inaugura il sistema dei crediti di carbonio.

2009 – COP15, Copenaghen

Novità: nasce l’obiettivo dei 2°C.

Il summit fallisce politicamente, ma pone le fondamenta scientifiche che guideranno la diplomazia negli anni successivi.

2015 – COP21, Parigi

Novità: l’accordo globale sul clima.

L’Accordo di Parigi lega 195 Paesi al limite dei 2°C – e per la prima volta si punta esplicitamente a 1,5°C. Nasce il meccanismo di revisione periodica degli impegni (NDC).

2021 – COP26, Glasgow

Novità: rottura di un tabù.

Per la prima volta nella storia delle COP entra nel testo finale un riferimento ai combustibili fossili (coal phase-down).

2022 – COP27, Sharm el-Sheikh

Novità: nasce il fondo Loss & Damage.

È il primo riconoscimento ufficiale del diritto dei Paesi vulnerabili a ricevere supporto per i danni già causati dal cambiamento climatico.

2023 – COP28, Dubai

Novità: la transizione dai fossili entra nel linguaggio negoziale.

Non ancora un impegno vincolante, ma un passo simbolico significativo.


2025 – COP30, Belém: un “mini compromesso” che racconta il momento del mondo

La COP30 di Belém si chiude con un risultato che molti definiscono un compromesso minimo, uno di quei testi che mantengono vivo il processo multilaterale ma senza imprimere quella spinta che scienza, imprese e comunità chiedono da tempo. Degli oltre 190 Paesi partecipanti, soltanto 122 hanno aggiornato i propri obiettivi e impegni, segno di una prudenza estrema che riflette la fragilità geopolitica del momento.

Nel quadro dell’obiettivo globale di adattamento ai cambiamenti climatici, le parti hanno concordato una serie di indicatori per orientare e consentire investimenti e programmi in materia di adattamento, con l’introduzione di due nuovi strumenti:

  • Global Implementation Accelerator, per rafforzare l’attuazione dei Piani nazionali;
  • Belém Mission to 1.5, una piattaforma per potenziare la cooperazione e gli investimenti verso una transizione in linea con la scienza.

La principale novità, se così la si può chiamare, è la riaffermazione del percorso verso l’obiettivo di 1,5°C, mantenuto formalmente intatto nonostante la distanza crescente tra ambizione e realtà. È un segnale politico importante, ma anche la dimostrazione che il processo negoziale preferisce consolidare i principi piuttosto che affrontare le divergenze con decisione.

Assente invece la vera attesa del summit: una roadmap chiara per l’uscita dai combustibili fossili. Nessuna menzione diretta a petrolio, carbone e gas – se non attraverso richiami indiretti ai testi delle COP precedenti. È il riflesso di un equilibrio delicato, in cui i Paesi produttori hanno fatto sentire il proprio peso e il meccanismo del consenso ha limitato l’ambizione collettiva.

Sul fronte dei finanziamenti, il linguaggio resta vago: si ribadisce la necessità di aumentare il supporto ai Paesi vulnerabili, soprattutto per l’adattamento, ma senza cifre, scadenze o strumenti nuovi. In altre parole: un impegno di principio, più che un cambiamento strutturale.

Il Brasile ha tentato di utilizzare la COP30 come palcoscenico geopolitico, presentandosi come ponte tra Nord e Sud del mondo e come custode dell’Amazzonia. Il tema della deforestazione è tornato al centro, almeno dal punto di vista narrativo. Tuttavia, anche qui, manca un vero meccanismo operativo per valorizzare i servizi ecosistemici e proteggere la foresta in modo stabile e finanziariamente sostenibile.

Molto spazio è stato dedicato alle iniziative volontarie e alla cooperazione tecnica, ma si tratta di strumenti che da soli non possono compensare l’assenza di impegni vincolanti sui combustibili fossili. Il rischio è quello di moltiplicare progetti e coalizioni parallele senza costruire un vero salto di qualità collettivo.

In definitiva, la COP30 è un vertice che conferma la direzione ma non accelera il passo. Evita spaccature, e questo nel quadro attuale è già un risultato, ma non porta il mondo più vicino a una traiettoria compatibile con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Un vertice che salva il processo, ma non il clima.

Un vertice che dice molto, ma conclude poco.

E che, soprattutto, lascia la sensazione che il tempo per i compromessi stia rapidamente terminando.

Il futuro climatico dipende da ciò che governi, imprese e cittadini sceglieranno di fare adesso.

Non aspettiamo il prossimo vertice: portiamo la transizione energetica, l’innovazione e la responsabilità nelle nostre decisioni quotidiane, professionali e politiche.

Il cambiamento non nasce dai testi: nasce da noi.